sabato 21 gennaio 2017

Jane Austen scriveva romanzi rosa. Personalissima indagine sui libri di genere.

Qualche tempo fa, navigando in internet, mi sono imbattuta in un commento su Jane Austen: un lettore sosteneva di aver rivalutato i romanzi dell’autrice ritenendoli nient’altro che “Harmony ottocenteschi”.
La faccenda mi ha incuriosito, non tanto per il commento in sé (perché in fondo ognuno ha diritto di ritenere i romanzi di Dostoevskij insopportabili polpettoni e di gridare al capolavoro davanti al nuovo young aldult), quanto perché avevo letto per caso, pochi giorni prima, l'articolo che potrebbe aver suscitato il commento del lettore. In realtà, credo si sia trattato di un fraintendimento di concetti: nell'articolo si affermava che all’epoca la Austen era considerata scrittrice popolare, quasi di basso livello, come i moderni autori di Harmony.
È probabile che il lettore sia giunto da solo alla sua visione critica di Jane Austen o può darsi che abbia male interpretato la stessa frase che ho letto anche io.
Quel che mi ha fatto riflettere in tutta la faccenda è stato il termine di paragone – Harmony – usato come dispregiativo.
Posto che ognuno legge quel che vuole, è in effetti comune nel lettore contemporaneo la tendenza a ritenere il romanzo rosa un libro di bassa lega.

Con questo post non intendo imbastire una difesa del romanzo rosa ma usare quest'ultimo come pietra di paragone per comprendere le ragioni che hanno portato alla stigmatizzazione anche di gialli e fantascienza (che oggi si comincia a rivalutare).
Ve lo confesso: non ci ho dormito la notte. Che io abbia dei grilli per la testa è risaputo, e il problema della “Levatura” di un libro mi ha portato a fissare il soffitto per lunghe ore notturne, assillata da una sola domanda: un libro deve essere utile?
Così è nato questo post: diverse notti insonni, grilli che non mi lasciano in pace, eterne domande.
Forse mi manca la capacità di analisi, ma non sono riuscita a trovare una risposta a queste domande, perciò, con un atto di inaudito coraggio, ho deciso di rivolgermi a esperti nel settore,  e in questo caso:

  • Uno scrittore di genere maltrattato (nel caso in specie, la fantascienza): Spartaco Mencaroni con l'inscindibile e inseparabile coniglio è conosciuto soprattutto per le sue storie fantascientifiche ispirate da temi matematici, come "Racconti matematici" (40k unofficial) e "Luce fredda" (Librosì).
  • Un lettore tipo: Fabio, gestore del blog "Libri in viaggio", oltre a essere appassionato di cucina (come si evince dal blog "Stagioni nel piatto") è anche lettore onnivoro e sul suo blog critica tutto quel che legge .
(In questo elenco, in orgine, era presente anche un libraio. Disgraziatamente sembra che i librai siano persone molto molto timide. Lo spazio per discutere comunque c'è sempre, nel caso che TU, libraio che stai leggendo, ti senta stimolato a partecipare. Senza complimenti.)

Le risposte sono piuttosto lunghe ma vi consiglio di prendervi del tempo per leggerle e confrontarle perché oltre a essere interessanti suscitano importanti riflessioni.
Ho evitato di sottolineare i passaggi più importanti per non alterare il significato originario delle risposte.




Innanzitutto, grazie per aver accettato di partecipare. Non sono brava con i preamboli, quindi cominciamo subito.

Tutti i libri hanno qualcosa da comunicare? O esistono anche libri inutili?

SPARTACO (& coniglio) – Questa domanda assomiglia tanto all'inizio di un discorso sulla letteratura, o sul senso di fare letteratura. Sai, quelle lunghe tirate che iniziano chiedendosi cosa significhi scrittura di sovversione, scrittura di esecuzione, avanguardia, i limiti della critica... 
Ma tu hai chiesto una cosa del genere ad un coniglio, che ti fissa scuotendo le orecchie e agitando il naso, domandandosi, tuttalpiù, cosa diavolo aspetti a gettargli una carota fresca. 
Dunque conviene semplificare: il fatto è che dobbiamo intenderci sui termini: cosa vuol dire "comunicare"? E cosa vuol dire "utile"?

Se intendi il libro come rettangolo composto di fogli di carta, di dimensioni variabili in diversi formati, la sua utilità come oggetto può essere piuttosto indipendente dal contenuto: lo sanno i bibliofili, i collezionisti maniacali, i ricercatori storici, i quali potrebbero trovare molto più interessante la lista della spesa di un macellaio rinascimentale di un'edizione commemorativa del Silmarillion che include inedite avventure libertine del giovane Gandalf (ok, ho sconfinato nel "mondo di genere". Così chi vuole fermarsi qui è libero di farlo, e risparmia tempo). 
Estremizzando, il semplice ruolo di oggetto fisico diventa "utile" anche se impieghiamo il tomo come elemento d'arredo fine a sé stesso ("caro, come sono brutti quegli scaffali vuoti: compriamo libri vecchi a peso da un rigattiere per riempirli, così daremo un'impressione da intellettuali ai nostri ospiti!"). 

Anche il contenuto, come potenziale comunicativo, è un concetto piuttosto ambiguo: a seconda del contesto di chi legge, un capolavoro della letteratura classica comunica in maniera altrettanto significativa di una fanzine d'avanguardia; allo stesso modo ogni forma scritta, anche la più banale, è comunque elemento che testimonia un momento, un vissuto, un istante che rimane nel tempo e che, quindi, per natura, comunica.

Fra gli estremi di un pessimo tomo, destinato a dissolversi e polverizzarsi in pochi decenni, che contiene un romanzo osannato da milioni di lettori nel mondo, e un inestimabile papiro fenicio riportante la ricetta per risolvere la stitichezza del marinaio, sta tutto il nostro mondo di lettori. In conclusione, ogni libro comunica qualcosa, ma nessuno può dire ad un lettore se il libro che ha in mano è in grado di comunicargli qualcosa di utile: lo sa solo lui.
Secondo me la risposta alla tua domanda è un doppio sì, ma ciascuno si regola per conto suo ad ogni cambio di libro.

FABIO – Purtroppo penso proprio che esistano tanti, tantissimi libri inutili, a cominciare da tutti quelli stampati per puro spirito di marketing o per sfruttare il nome del vip del momento. Poi ci sono tutti i libri, romanzi principalmente, che nascono sulla scia della moda del momento: in genere sono quasi sempre copia-incolla. In questo caso non direi che sono inutili, se regalano qualche ora di piacere a qualcuno va benissimo, ma dubito che abbiano qualcosa di veramente interessante da comunicare.

MARINO – I libri non sono mai inutili, un genere può piacere o no, un testo può essere scritto bene o male, una storia può essere interessante o banale ma il testo, per chi scrive, ha sempre una sua importanza. Non tutti i libri comunicano le stesse cose allo stesso modo, ci sono libri che vanno letti, per esempio, a una determinata età per apprezzarne il messaggio o in un determinato momento.


Che senso ha (o avrebbe) leggere storie completamente inventate e senza messaggio?

SPARTACO (& coniglio) – Nessuno. Ma se non lo fai, come distinguerai i libri che hanno senso da tutto quel mostruoso rumore di fondo? Poiché nessuno può dire cosa sia "senza messaggio" per te, temo che non ci sia alcuna alternativa a verificare di persona. 

FABIO – Ha senso nel momento in cui regalano qualche momento di piacere a chi le legge. Spesso poi ogni lettore trova un messaggio diverso in ciascuna storia che non sempre coincide con quello che l'autore aveva in mente: può dipendere da stati d'animo del momento, da esperienze personali o chissà da cos'altro.  

MARINO – Non tutte le storie inventate sono senza messaggio, anzi, al contrario, grandi autrici e grandi autori hanno scritto storie inventate lanciando messaggi fortissimi, pensiamo, per esempio, a Mary Shelley o George Orwell.


Libro d’intrattenimento e  libro con messaggio forte: sono entrambi letteratura o utili alla letteratura?

SPARTACO (& coniglio) – Anche qui la differenza la fa chi legge. Per "fare letteratura" basta voler lasciare un messaggio significativo sotto forma di testo scritto (o, all'estremo, registrato, disegnato, inciso: basta che sia un testo, ossia una successione di parole che si può ripetere e che è destinata ad un uditorio di almeno una persona). Tutti i messaggi possono essere definiti "forti", nelle intenzioni di chi li compone. E uno scrittore che desidera solo intrattenere il suo pubblico, cerca comunque di rendere interessante ciò che scrive, altrimenti ha perso in partenza i propri lettori.
Dunque, di nuovo, chi può dire cosa sia utile? E a chi? L'orizzonte è sconfinato, come ben sa chi ha provato a delinearlo. Penso alla terrificante Biblioteca di Babele di Borges; un racconto dove si descrive la successione interminabile di stanze, tutte celle esagonali ricolme di scaffali pieni di libri. Ciascun tomo è composto di 410 pagine, dove i caratteri che le compongono sono disposti secondo tutte le possibili combinazioni, intelligibili o meno. Occasionalmente in questa sterminato sabba lessicale si trovano frasi di senso compiuto, che gli abitanti di quell'infernale libreria ricordano come episodi memorabili.
Pure, come i saggi argomentano, in quel mondo fantastico si deve pensare che siano presenti TUTTI i possibili libri: utili, inutili, contenenti spezzoni senza senso o dotati di logica e coerenza. Vi sono tutte le possibili permutazioni delle lettere ma anche una copia perfettamente autentica di qualunque romanzo scritto (o non ancora scritto); capolavori e strafalcioni, con ogni loro possibile variante. Sepolti in un mare infinito di non senso,  si possono trovare, ad esempio, versioni dei Promessi Sposi in cui Lucia sposa l'Innominato, Renzo mangia i polli destinati all'Azzeccagarbugli (in un orrido banchetto a base di avicoli crudi), Agnese si abbandona a innominabili atti satanici con un compiacente Don Abbondio e i due vengono colti in peccaminoso flagrante e decapitati da Fra' Cristoforo. 
Per non parlare di un ipotetico "libro perfetto", che contiene ogni verità (o l'unica verità). E del suo esatto opposto, dove tutto è menzogna. Entrambi sono presenti nella biblioteca e non c'è modo di distinguerli. 
Lo so, è una risposta da coniglio.

FABIO – Sono entrambi libri. E direi che sono entrambi letteratura, ma dipende da quale senso vogliamo dare a questa parola.  

MARINO – Sì sono entrambi letteratura, forse non sono utili alla letteratura ma se c’è gente che li legge, probabilmente, è perché c’è bisogno anche di quel genere di letteratura.



D – Perché il romanzo di genere, in special modo quello rosa, è tanto maltrattato dalla critica?

SPARTACO (& coniglio) – La critica serve per domandarsi che rapporto ha un certo testo con il suo contesto. In questo senso, perché si dovrebbe avere un accanimento contro la letteratura di genere? Una buona critica dovrebbe riconoscere un buon giallo, un buon thriller, un buon fantasy per ciò che sono, e valutare come l'autore si è posizionato nel solco che si è scelto. C'è chi "esegue" scrittura, rispettando per filo e per segno le regole del gioco; chi riesce a fare avanguardia, innovazione, stravolgendo quelle regole, ma rimanendo in una traccia riconoscibile. E chi va di traverso, consapevolmente o meno, ed è una capra, o un genio. Ma la questione non dovrebbe mai partire da un pregiudizio sul genere letterario in cui ci si cimenta. 

FABIO – Perché, come dicevo prima, sono spesso frutto di una moda. Purtroppo i romanzi di genere, non solo rosa, sono sempre più di frequente spinti dal successo di un primo caso. Mi vengono in mente svariati esempi che negli ultimi anni hanno dato prova di queste mode pericolose e cominciare da vampiri, templari e erotici. Non si può negare che le Cinquanta sfumature di grigio abbiano aperto le porte a tutta una serie di romanzi  di genere esattamente uguali: non serve grande abilità per rendersi conto che la trama è sempre la stessa. Lo stesso vale per il Codice da Vinci e per altri romanzi. Il problema è che spesso chi scrive sulla scia della moda del momento non sa farlo e butta sul mercato una serie di libri di pessima qualità (alle volte persino il primo, che dà il via al successo, non ne ha le doti...). Io penso che ciascuno possa leggere quel che vuole e se un libro di genere piace va benissimo. Passi anche la storia sempre uguale, ma non si può negare che dal punto di vista critico, la qualità lascia quasi sempre a desiderare.

MARINO – Probabilmente perché è sempre stato visto come un genere minore, da disprezzare, non intellettuale. Oggi comunque, visto l’attuale panorama letterario, la critica si è adeguata a mode e generi.


Un libro popolare è necessariamente un cattivo libro?

SPARTACO (& coniglio) – No, per gli stessi motivi a sostegno della letteratura di genere. Poi, che si intende per popolare? L'ambientazione popolare, gli stilemi gergali, le situazioni care e familiari alla maggior parte del pubblico di potenziali lettori sono spesso il tessuto in cui si sviluppano dei capolavori riconosciuti: penso a Gadda, Manzoni, Verga, che hanno attinto a piene mani a contesti del genere. Se invece per popolare si intende qualcosa scritto da cani, con errori ortografia, grammatica e sintassi traballanti... allora fa al caso nostro "Io speriamo che me la cavo"; la raccolta di temi di alunni elementari, presi da un contesto urbano disagiato. Non si può certo definire un cattivo libro, ma se ne riconosce il valore di denuncia sociale (anche se si può non condividere l'esperimento e l'uso che si è fatto dei testi). Quindi, la definizione "popolare", di per sé, non definisce un libro cattivo.

FABIO – Assolutamente no, così come non è vero neanche il contrario. 

MARINO – Assolutamente no. Il fatto che un libro abbia successo di pubblico non significa che sia a priori un cattivo libro. O un buon libro. Oggi è il marketing a farla da padrone in ogni campo della cultura ma alcune perle, per fortuna, hanno ancora un meritato successo.




Quale romanzo di genere (un titolo) vorreste che fosse riconsiderato?

SPARTACO (& coniglio) – "Fondazione" di Isaac Asimov. Almeno, la trilogia originale. Oggi nessuno ne parla, non mi pare che da quest'opera sia stato tratto un film (mentre tonnellate di celluloide sono state molestate per Luke Skywalker e la sua galassia lontana lontana). Eppure credo che pochi libri hanno la capacità di evocare, con poche pennellate e un pugno di episodi, un affresco grande letteralmente come l'intero universo, in un arco temporale di un millennio. Credo che sia il più bel libro di fantascienza e di fantastoria che sia stato scritto.

FABIO – Al momento purtroppo non mi viene in mente un titolo in particolare. 

MARINO – Funny Boy, edito da Net edizioni di Shyam Selvadurai, un libro meraviglioso e potentissimo.

Vi svegliate una mattina e scoprite di avere le capacità di Rosamunde Pilcher: lo scrivete (e pubblicate) un romanzo rosa?

SPARTACO (& coniglio) – Se avessi quelle capacità, non avrei un motivo per non usarle.

FABIO – Non ho mai letto nulla di suo (non amo granché il genere) ma la conosco di nome per via delle pubblicità che fanno ai tanti film tratti dai suoi libri. Se qualcuno ha davvero la capacità e le doti per scrivere dovrebbe assolutamente farlo, scrivendo quello che ritiene sia la sua migliore espressione artistica. Allo stesso modo, quei tanti che queste straordinarie doti non le hanno...beh, dovrebbero evitare di farlo sapere a tutti.

MARINO – Sì non ci vedo nulla di male, mi piace sperimentare altri generi.


Infine, avete qualcosa da dire su questo tema? Vale tutto: riflessioni, critiche, auto pubblicità. Siate sfrontati.

SPARTACO (& coniglio) – Ok, saremo sfrontati. Daremo un consiglio (se lo accettate, un consiglio da un coniglio): leggete quello che vi pare. Saltate le recensioni, strappate le quarte di copertina dalle librerie, saltate di libro in libro seguendo il filo di una bibliografia interessante letta su un libro che vi arricchite. Ma abbiate il coraggio di scegliere.
È stato calcolato che nella vita si possono leggere, dedicando SOLO alla lettura il tempo non necessario a mangiare e dormire, poco più di 50.000 libri. La maggior parte della gente ne riesce a sfogliare dieci o venti volte di meno. Là fuori, secondo Santo Google, ci sono oltre 130 MILIONI di libri.
Dunque siamo nella biblioteca di Babele: per trovare un libro significativo, bisogna aprirne parecchie decine di migliaia.

FABIO – Penso che i lettori dovrebbero sentirsi liberi di scegliere i libri che più li rispecchiano, senza farsi problemi se si tratta di letteratura di genere. Allo stesso modo penso anche che a volte sarebbe utile provare a uscire dal proprio terreno sicuro e tentare la sorte con qualcosa di diverso per scoprire che magari ci piace. non tanto per una questione culturale, ma per evitare che le librerie vengano affollate da libri copia-incolla che tanto vanno di moda relegando romanzi meno standardizzati alle cime impolverate degli scaffali o, peggio, ai magazzini. Per quanto mi riguarda provo vero fastidio a entrare in una libreria e trovarmi circondato da libri tutti identici in bella mostra: stessa copertina, stesse trame, spesso persino titoli quasi identici, utili solo a tenere il lettore ingabbiato in un vortice senza uscita di romanzi sempre uguali, una perfetta macchina macina soldi. Ultimamente questa cosa mi sta facendo passare la voglia di entrare nelle librerie. Consiglio: una volta ogni tanto ignoriamo gli espositori all'ingresso e scegliamo un libro a caso da uno scaffale, di quelli a parete per intenderci. Forse ci andrà male, forse no. Non si può mai dire.

MARINO – Nel nostro paese si legge poco, le case editrici buttano sul mercato libri con copertine scintillanti, titoli ammiccanti, il libro, se non vende, rimane in libreria un mese e poi torna ai magazzini di distribuzione. Il clima culturale, su tutti i fronti, si è inaridito, gli scrittori inseguono filoni, chi  azzecca un libro poi difficilmente sperimenta o ha coraggio di scrivere libri meno commerciali. Esistono molte eccezioni, ovviamente. Quello del libro è un mercato falsato da dati, classifiche, marketing. Lo dico da scrittore e da libraio, è tutto molto più complicato di quel che si può pensare.