martedì 27 settembre 2016

Un sospiro di notte

Giacomo era inappuntabile come sempre, benché fosse legato a un’asse di legno e con i piedi incatenati a ben due palle di piombo da cinque chili al pezzo.
Joe Mufton, il revolver che non perdona, guardò il suo operato e con un sogghigno calcò per bene il cappello sulla testa di Giacomo.
«Così i giornali potranno menzionare la tua eleganza anche da morto… bel Jack».
Giacomo non voltò la testa, nonostante il collo fosse la sola cosa che ancora potesse muovere.
Non gli importava più di niente, nemmeno del fastidioso nomignolo affibbiatogli da qualche giornalista su di giri.
 Newyorkesi! Tutto ridotto a un fenomeno di costume. Joe revolver che non perdona aveva ragione; quando il suo corpo sarebbe stato recuperato, tutti i giornalisti si sarebbero dilungati sui particolari più inutili: la camicia ben inamidata. La piega dei pantaloni. Le scarpe lucide. Il fazzoletto nel taschino. Come fosse un martire della moda e non il coraggioso detective che aveva quasi sgominato la più pericolosa gang di NY.
«Allora, bel Jack, un ultimo desiderio? Una sigaretta magari?» sorrise Joe R con le labbra strette mentre accendeva la sua.
Giacomo continuò a guardare il cielo stellato davanti a sé, come fosse una sua scelta quella di restare perfettamente disteso e immobile.
«No, grazie. Non fumo»
Persino in quel momento, una vocina perfezionista nella sua testa si chiese se ai cadaveri annegati puzzasse l’alito.
Che importava. Comunque non avrebbe avuto l’imbarazzo di sentirselo dire.
«No, eh? » Joe R si chinò su di lui «Niente fumo, niente alcol, niente gioco… lascia che te lo dica, bel Jack. La tua vita fa schifo»
«Fortuna che sta per finire, allora»
Avrebbe voluto dirlo in tono brillante, magari strizzando l’occhio, ma non ci riuscì: lo riteneva un atteggiamento volgare davanti a un avvenimento come la morte. La propria, poi…
Joe R proruppe in una grassa risata «Bravo, bel Jack. Così si fa. Bisogna prendere le cose come vengono»
«È precisamente il mio pensiero»
«Beh, diamoci una mossa o finirai per commuovermi» Joe strizzò l’occhio. Del resto, lui era una persona volgare.
Non che Giacomo gli portasse rancore: Joe R in fondo non era che una marionetta senza cervello, il tipico personaggio sullo sfondo messo lì per compiere azioni che nessun personaggio principale può fare.
Chi altri avrebbe potuto ucciderlo? Il capo della banda, così brillante, colto e raffinato da essersi cattivato le simpatie della critica? O Gilda, la femme fatale che i lettori credevano celasse un certo interesse per lui, l’eroe?
No, Giacomo in fondo non era arrabbiato, e nemmeno frustrato per non essere riuscito nella sua missione, a tanto così dalla fine di tutti i suoi guai. Non sentiva più niente mentre Joe, ansimando, trascinava sul pontile quel macchinario di legno e ferro.
Anzi, no: qualcosa sentiva. Un profondo dolore cui tentava di non dare sfogo per un malinteso senso di virilità.
Se lui era lì, in fin dei conti era tutta colpa sua: di quella bimbetta poco più che ventenne che giusto pochi giorni prima aveva raccontato ai giornali di amarlo intensamente, e adesso se ne stava lì, gonnellina a pieghe e golfino, una tipica brava ragazza che assisteva a una scena grottesca.
Avrebbe potuto fermare tutto, se solo avesse voluto, ma preferiva sacrificarlo ai dati di vendita.
Sbuffando, Joe spinse la tavola in mare: la lastra d’acqua immobile si frantumò con uno scroscio al contatto con le pesanti palle di piombo.
Solo allora Giacomo voltò la testa per guardare verso la ragazza che lo osservava con i lucciconi agli occhi e le labbra tremanti, e lo fece solo perché aveva udito un suo sussurro.

«Mi dispiace, Giacomo».